Materia, forma, memoria
Il mio lavoro nasce dalla necessità di dare forma a ciò che si deposita nello sguardo e nella memoria. Non mi interessa descrivere la realtà per come appare, ma cercare ciò che di essa permane: una traccia, una tensione, un’immagine affiorata dal profondo.
L’intonaco scrostato di un vecchio muro, le reti consumate dei pescatori, i colori del porto, il baluginio improvviso dei pesci, le forme che appaiono e scompaiono nelle profondità marine, le luci e le ombre della città notturna alimentano il mio immaginario. Attraversate dall’esperienza e dalla memoria, queste suggestioni perdono la loro riconoscibilità immediata e diventano materia dell’opera.
Anche nei lavori più decisamente astratti può permanere un riferimento al mondo visibile: nel profilarsi di una forma, in un contrasto cromatico, nella densità di una superficie. La realtà non viene riprodotta, ma trasformata in una presenza ambigua, sospesa tra ciò che riconosciamo e ciò che possiamo soltanto intuire.
La materia come processo
Bitume, argilla, fibre, legno, segatura, pigmenti, resine e leganti non sono semplicemente strumenti tecnici. Ogni materiale possiede un comportamento, un peso e una capacità espressiva con cui entro in relazione durante il processo creativo.
Il bitume ha introdotto nel mio lavoro una materia scura, densa e instabile. Steso sul legno con movimenti rapidi, costituisce spesso il primo strato dell’opera: una superficie iniziale che viene ricoperta, graffiata, attraversata dallo smalto bianco e dal colore. Le successive sovrapposizioni possono rafforzare, modificare o contraddire ciò che è emerso all’origine.
L’argilla ha condotto questa ricerca verso una dimensione ancora più fisica. La materia viene stesa, incisa, compressa, lacerata, coperta e riportata alla luce. Fibre e altri elementi restano inglobati nella superficie o ne interrompono la continuità. L’opera conserva così la memoria delle azioni che l’hanno generata: aggiunte, sottrazioni, ferite e tentativi di ricomposizione.
Il passaggio dal bitume all’argilla non rappresenta l’abbandono di una ricerca a favore di un’altra. È la prosecuzione, attraverso materiali diversi, della stessa interrogazione sulle possibilità della materia e sui processi mediante i quali la forma affiora, si trasforma o viene nuovamente cancellata.
Tra gesto e costruzione
Nel mio lavoro convivono due tensioni. La prima appartiene al gesto, all’impulso e all’incontro non completamente prevedibile con i materiali. La seconda nasce dalla necessità di organizzare ciò che emerge e di condurlo verso un equilibrio compositivo.
Alcune opere prendono avvio da segni che agiscono come centri propulsori e lasciano la composizione inizialmente aperta. A questa genesi più istintiva segue un processo meditato, durante il quale forme, colori, vuoti e densità vengono progressivamente messi in relazione.
In altri lavori la costruzione nasce da una prefigurazione più precisa. La geometria struttura la materia senza annullarne l’energia; il colore interviene per rafforzare, separare o ricomporre. La mia formazione di architetto ha certamente orientato questa attenzione verso lo spazio, l’ordine e la costruzione della forma. Allo stesso tempo, l’esperienza dei cantieri e l’osservazione di materiali grezzi, corrosi o segnati dal tempo hanno alimentato il mio interesse per le superfici imperfette e per la loro capacità di trattenere storie.
Gesto e geometria, impulso e controllo non costituiscono quindi due fasi separate della mia ricerca. Sono polarità che continuano a confrontarsi all’interno dell’opera.
Forme che affiorano
Il confine tra astrazione e figurazione rimane volutamente instabile. Pesci, animali, cellule, semi e altre presenze possono emergere da un tessuto astratto senza diventare immagini pienamente descrittive. Sono apparizioni generate dal gesto, dalla materia e dalla persistenza di forme archiviate nella memoria.
Lo studio del disegno infantile ha rafforzato il mio interesse per il segno originario, per la libertà delle associazioni e per la capacità dell’immagine di parlare prima di essere completamente razionalizzata. In alcune opere questa componente immaginativa assume una qualità lirica o talvolta surreale; in altre si manifesta attraverso forme organiche che alludono alla nascita, alla crescita e alla continuità della vita.
Il mio intento non è stabilire una distinzione definitiva tra organico, geometrico, astratto e figurativo, ma lasciare che questi elementi entrino in tensione e si trasformino reciprocamente.
Il paesaggio come superficie da interrogare
Nella ricerca più recente il paesaggio è diventato il luogo nel quale queste tensioni convergono. Non è uno scenario da rappresentare, ma una superficie fisica, interiore e collettiva: un corpo sul quale il tempo, la storia e l’esperienza umana lasciano le proprie tracce.
Nel ciclo Archeologie del paesaggio il processo creativo assume la forma di uno scavo. La materia si stratifica, si lacera e riaffiora; conserva ferite, cancellazioni e resistenze. Ciò che appare sulla superficie è il risultato provvisorio di una continua azione di deposito e sottrazione, che si sottrae al rischio insito nel decorativo.
Il paesaggio diventa così memoria e testimonianza. Porta i segni del trauma e dello sradicamento, ma anche la capacità della terra e della materia di opporre resistenza, trattenere le tracce e generare nuove forme.